La stazione di Mestre è un luogo familiare per me; o credevo che lo fosse, almeno. Negli ultimi anni ci sono passata spesso, in genere per cambiare treno in un viaggio verso est. Questa estate, per una ventina di minuti, questa familiarità è stata sostituita da una sensazione di straniamento fortissima, forse la più forte che ricordi di aver mai provato.

Negli anni mi ero costruita una mappa mentale del luogo, e delle sue relazioni con i territori circostanti, e con i punti cardinali. Una mappa che non avevo sottoposto a molte verifiche: raramente, nei miei passaggi da Mestre, uscivo dalla stazione. Il poco tempo tra un treno e l’altro me lo impediva.

Questa estate niente cambi. Il mio treno, arrivato in stazione da ovest, ne sarebbe uscito dopo poco in direzione Trieste. Non avevo fretta, quindi, e c’era anche una bella luce di tardo pomeriggio. Mi sono appoggiata al finestrino per guardare fuori; e questo gesto semplice, frutto dell’abitudine, ha finito per turbarmi profondamente.
Guardavo verso l’uscita della stazione; la conosco bene. Da lì parte una via che porta verso quello che forse può essere chiamato il centro. Da lì ricordo di essere uscita, di aver camminato, e di avere infine preso un autobus per Venezia, Piazzale Roma. Venezia è di là, pensavo; intorno a questa idea avevo costruito la mia mappa.

Ma la luce del tardo pomeriggio, con le ombre che si stavano allungando, mi diceva chiaramente un’altra cosa: che l’uscita della stazione era verso nord, verso l’entroterra, e non verso il mare. La mia mappa mentale, e insieme un sistema di certezze, sono stati ribaltati in un attimo. No, forse non un attimo. L’idea resisteva, si scontrava con la realtà, con quanto vedevano i miei occhi. E per qualche istante il sole che abitudinario tramontava verso ovest è stato una visione sconvolgente, impossibile da accettare.

Qualche istante dopo il treno è ripartito, inaspettatamente verso ovest, rendendomi ancora più difficile capire in che luogo mi trovassi. Il malessere, un vero malessere fisico, è proseguito ancora, finché non ho visto il treno incamminarsi finalmente ad est, dopo aver semplicemente aggitato la città. E solo qualche giorno dopo, guardando una vera mappa, sono riuscita a ricostruire il mio territorio mentale: questa volta disegnandolo “ragionevole” e vicino alla realtà.

Quando viaggiamo insieme, i miei amici si fidano molto di me, e della facilità con cui familiarizzo con le città. Dopo poco, mi delegano il ruolo di guida, e lasciano che io trovi la strada per loro. Fino a poco tempo fa anch’io mi fidavo molto di me stessa. Ora è più difficile. Ma forse è anche meglio: mi ricorderò sempre quanto è facile perdersi, anche senza muoversi.