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È uscito da poche settimane il nuovo numero di Dot Dot Dot. Sembra molto lontana la primavera del 2000, quando questa rivista fondata da Stuart Bailey e Peter Bilak ha iniziato le pubblicazioni con il sottotitolo “graphic design / visual culture magazine”: il percorso compiuto nel frattempo ha portato DDD ad essere espressione di un’area culturale da una parte più vasta (perché si occupa di altre discipline) e dall’altra più ristretta, perché si rivolge a un pubblico difficile da definire. Da qualche numero è il solo Bailey che cura la rivista, con un gruppo di collaboratori e autori che provengono da paesi (soprattutto Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi Bassi) ed esperienze diverse.

All’inizio del suo ottavo anno DDD mi sembra rappresentare una buona risposta – per quanto parziale e molto personale – all’intrico di interessi, stimoli eterogenei e dubbi nel quale è facile trovarsi se si fa il mestiere del graphic designer cercando di guardarsi intorno, e finendo per cadere altrove (arte, musica, cinema e letteratura).

Il nuovo numero è prima di tutto una bellissima raccolta di testi: è già da tempo che chi ama sopratutto “guardare le figure” non compra più DDD, che è soprattutto una rivista da leggere. Come apertura, un estratto di un romanzo del 1938 di E.C. Large, Asleep in the Afternoon, che Hyphen Press promette di ripubblicare nel prossimo futuro.

Segue The Ectasy of Influence, di Jonathan Lethem. Un testo che nelle parole e nel metodo con il quale è stato scritto riassume uno dei principi ispiratori di DDD: una forma di ecologia del pensiero che invece di “produrre” nuove idee preferisce rimettere in circolazione quelle che rischiano di essere dimenticate.

This stands as a sketch for the future è una frase di Muriel Cooper, e anche il titolo del saggio che David Reinfurt le dedica, raccontando la sua esperienza alla MIT Press e la creazione del Visible Language Workshop: una lettura appassionante, soprattutto per chi come me conosce poco il lavoro di Cooper. Il testo di Reinfurt è disponibile qui in pdf.

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L’elemento portante di questo numero è Exhaustion & Exuberance: Ways to Defy the Pressure to Perform, il lungo saggio finale di Jan Verwoert che è stato insieme il punto di partenza e di conclusione di DDD 15. Perché questo numero, ispirato da un precedente testo di Verwoert, è stato realizzato sotto gli occhi del pubblico dell’esposizione collettiva Wouldn’t it be nice, che si è tenuta a fine 2007 al Centre d’Art Contemporain di Ginevra. Nel corso di due settimane la rivista è stata assemblata, impaginata, e stampata con macchine digitali: la pila di carta vergine su un lato diminuiva, mentre accanto aumentava quella dei fogli stampati, in una forma di grafico a barre dinamico che documentava il lavoro svolto. DDD 15 è quindi un po’ grezza, stampata a bassa definizione, e scandita visibilmente in sezioni che corrispondono alle segnature che di volta volta venivano chiuse e stampate.

Nel frattempo Verwoert completava il suo saggio, nel quale, trovandosi egli stesso sotto pressione, suggerisce in quali modi ci si può sottrarre alla dittatura della performance, provando a rispondere in altri modi che non siano solo si o no; e lo fa parlando di arte, ma soprattutto di vita, quella che ci accomuna, ci esalta e ci esaurisce. Da oggi, aggiungere “vita” alla lista delle categorie.