La letteratura come strumento utile per prendere le distanze dalla vita (purché il distacco non sconfini nella rimozione, come rischia di succedermi oggi):

Trasformare l’esperienza in linguaggio – cioè classificarla, categorizzarla, concettualizzarla, grammaticalizzarla, sintattizzarla – è sempre un tradimento, una falsificazione dell’esperienza; ma solo dopo averla così tradita ci si può occupare di lei, e solo nel far questo mi sono sentito un uomo vivo e vitale. È perciò che, quando capitava l’occasione, collaboravo a questa precisa falsificazione, a questa accorta, accurata fabbricazione di miti, con tutto lo sconvolgente eccitamento dell’artista al lavoro. Quando i miei mitoplastici rasoi erano ben affilati, era un gioco impareggiabile dare, con loro, colpi in tutte le direzioni, aggredire la realtà.
John Barth, Fine della strada (1958).

La voce che pronuncia queste parole appartiene a Jakob Horner, “protagonista” e narratore che si presenta così nell’incipit del romanzo:

In un certo senso io sono Jakob Horner.

Horner è emblematico nella sua incapacità di decidere, di scegliere, di avere un’opinione. Così gli si rivolge Rennie, che con Joe e il Dottore completa il quartetto di personaggi del libro:

Sapete che cosa sono arrivata a pensare, Jake? Penso che voi non esistete neanche. Avete troppi aspetti differenti. Non semplici maschere da mettere e levare – tutti ci mettiamo delle maschere. Voi siete diverso continuamente, diverso ogni volta. Vi cancellate da voi stesso. Siete come qualcuno che si sogna. Non siete forte e non siete debole. Non siete niente.

Jakob definisce se stesso come un uomo senza “tempo” (in senso atmosferico, weather). Riuscite a immaginare una giornata senza tempo? Probabilmente no, ma Jakob Horner ne ha conosciute molte, metaforicamente parlando. Riesce ad evitare l’immobilità assoluta solo seguendo i consigli del Dottore:

Trovatevi un lavoro per tutti i giorni, preferibilmente un lavoro in una fabbrica, ma non così semplice da permettervi di pensare con coerenza mentre lavorate. […] Soprattutto, agite impulsivamente; non lasciatevi incastrare dalle alternative, o siete perduto. Non siete così forte. Se le alternative sono una di fianco all’altra, scegliete quella di sinistra; se si susseguono nel tempo, scegliete la prima. Se nessuna di queste è adatta, scegliete l’alternativa il cui nome comincia con la lettera più vicina all’inizio dell’alfabeto. Questi sono i principi di sinistralità, antecedenza e priorità alfabetica – ce ne sono molti altri, sono arbitrari ma utili.

L’assenza di Horner non gli impedirà di trovarsi coinvolto in un epilogo tragico, dal quale si troverà però ad essere estromesso, ancora una volta “fuori dalla vita”.

Diversamente da altre opere di John Barth (come Lost in the Funhouse, di cui prima o poi parlerò anche qui) in Fine della strada non è la sperimentazione con la forma del testo a dare un senso di vertigine, ma l’esistenza stessa di Jakob Horner. Perché esiste, avete forse qualche dubbio?

(I brani citati sono tratti dall’edizione italiana pubblicata da Rizzoli nel 1966 e tradotta da Aldo Buzzi, recentemente ripubblicata da Minimum Fax nei minimum classics)