A quell’epoca, il telefono se ne stava, incompreso ed esiliato, tra il gasometro e il cassone della biancheria sporca, in un angolo del corridoio più interno, da dove il suo squillo amplificava gli orrori dell’appartamento berlinese. Quando io, a mala pena padrone dei miei sensi, dopo lungo brancolare per il cupo cunicolo arrivavo a bloccare quel tumulto, staccando i due ricevitori pesanti come attrezzi da ginnastica e infilandoci la testa, mi consegnavo senza remissione alla voce che mi arrivava. E nulla mitigava la violenza con cui mi assaliva. Impotente, pativo che annullasse la mia coscienza del tempo, i miei propositi, le mie incombenze; e come il medium obbedisce alla voce che di lui si impossessa dall’aldilà, così io mi arrendevo a qualunque proposta che mi giungesse attraverso il telefono. (Walter Benjamin, Infanzia berlinese, 1938)