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Lost in the Funhouse è una raccolta di racconti pubblicata da John Barth nel 1968. Ho incontrato questo libro due volte. La prima in un banco di libri di seconda mano, nella prima edizione italiana di Rizzoli. La seconda, quasi esattamente un anno fa, quando una copia della prima edizione americana mi è arrivata per posta come regalo di compleanno da un amico lontano.

Il sottotitolo è Fiction for Print, Tape, Live Voice: tre modalità apparentemente incompatibili di trasmissione del testo convivono in un solo percorso, anche se poi quello che abbiamo in mano è, pur sempre, un libro stampato. In apertura, la nota dell’autore dà precise indicazioni di lettura, distinguendo i pezzi concepiti per la forma stampata, quelli da recitare dal vivo e quelli per voce registrata.

Non stupisce di trovare un’insieme piuttosto disomogeneo di testi, in cui però scorre l’idea del mito, della memoria, del racconto ancestrale della nascita. La forma di molti racconti non esce dalle convenzioni comuni che definiscono la pagina di un libro. Ma alcuni di essi sono una sfida aperta a queste convenzioni.

Ne è un esempio Frame tale (Racconto cornice), il pezzo di apertura: una volta ritagliato dalla pagina, seguendo le linee tratteggiate, si rivela come un nastro di Moebius percorso dalle parole «once upon a time there was a story that began», il loop di un incipit infinito.

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Menelaide usa la punteggiatura per creare una vertigine di voci una dentro l’altra, spingendosi tanto in là da non permettere più di distinguere chi stia in quel momento parlando (o riferendo le parole di un altro).

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Se da un lato John Barth, come altri scrittori cosiddetti post-moderni, si cimenta con la forma del testo facendone una componente indissolubile del narrare, dall’altro, con il titolo dato a questa raccolta, sembra voler esplorare il valore del testo scritto non come “prodotto finito” e autonomo, ma come copione per una successiva performance.

Ma in fondo, ogni libro stampato non è forse un copione scritto per i suoi lettori?

Tu che         mi dai ascolto        mi dai vita        se così può dirsi. (Autobiografia di personaggio al magnetofono, da La casa dell’allegria, John Barth. Traduzione di Pier Francesco Paolini, Rizzoli Editore, 1974)

(vedi anche To write down)