krisis | identities

Krisis è una rivista nata per iniziativa del gruppo Unità di crisi (Francesco D’Abbraccio, Vincenzo D’Abbraccio, Andrea Facchetti, Francesco Greguol e Christian Jugovac). Il primo numero, uscito verso la fine del 2010, si occupa della crisi dell’identità, e contiene contributi (sotto forma di testi e/o immagini) di Yana Milev, Experimental Jetset, Metahaven, Evert Ypma, Brave New Alps, Dario Massimo, Joerg Bader, Collective_fact, Jonmar Van Vljimen, Emanuela Bonini Lessing, Nicolò De Giorgis, Unità di Crisi, Giulia Filippi, Valentina Ciarapica, Wu Ming, Luca Luisa, Stewart Home, Jeremy Naklè, Alvvino, Kabu, Sosaku Myiazaki, Mike Bertino.

L’intervista è stata realizzata via mail nel marzo 2011, nell’ambito di una ricerca sulle riviste europee di grafica e comunicazione visiva.

Da dove viene Krisis e il gruppo Unità di crisi?

Unità di crisi nasce dalla nostra sensazione di una scarsa consapevolezza da parte del mondo del design e della comunicazione circa lo scenario generale di crisi permanente in cui la nostra cultura si è inoltrata. O meglio, l’impressione è che non venga percepita adeguatamente la responsabilità diretta di queste figure professionali riguardo il disagio cognitivo delle persone, dei cittadini, dei consumatori di questo nuovo secolo. Chi dà forma alle cose ha pressoché la stessa responsabilità di chi fornisce il contenuto (l’idea e la materia), perché è solo attraverso la forma che arriviamo a conoscere un contenuto.
Qualcosa bisognava fare.

È esatto dire che è una rivista che viene dalla comunicazione visiva, anche se non parla di comunicazione visiva?

Diciamo che è esatto in parte. Quattro di noi hanno studiato presso lo IUAV di Venezia, nella specialistica di Comunicazioni visive e multimediali, quindi Krisis nasce sicuramente come una rivista che viene dalla comunicazione visiva e parla di comunicazione visiva. Ma siamo convinti che affrontando un lavoro di ricerca e di riflessione su cosa significhi progettare e costruire modelli di comunicazione visiva oggi, per forza di cose si finisca per parlare di molte altre questioni ad essa connesse.
Innanzitutto abbiamo una visione allargata del termine designer: il designer non è solamente colui che progetta la comunicazione visiva, ma chiunque dia forma alle cose, materiali e immateriali, perché acquisiscano un senso. Quindi anche l’architetto, l’artista, lo stilista, il regista, lo scrittore, il giornalista, il pubblicitario sono designer. E parlare di design e comunicazione visiva vorrà dire allora parlare anche di queste professioni, e di come queste intervengano e modifichino l’immaginario collettivo e la società. Non bisogna mai dimenticare infatti come qualsiasi comunicazione avvenga sempre in un contesto sociale e quindi si trascini dietro questioni di natura sociale, politica e anche morale.

Potete definire in due righe qual è il territorio di indagine di Krisis?

Krisis nasce per documentare un’attività di ricerca intorno a diverse “situazioni d’emergenza”, derivanti da una condizione che noi chiamiamo Crisi permanente. Con questo concetto ci riferiamo a quel processo di continui e radicali cambiamenti iniziato più o meno vent’anni fa. Ovviamente i cambiamenti, e anche le crisi, ci sono da sempre, ma la velocità con cui questi avvengono è andata sempre più aumentando, fino a raggiungere una frequenza tale da non permettere più azioni di adattamento.
Questa condizione è globale (investe tutto il pianeta), frattale (coinvolge il singolo individuo, così come le comunità locali e gli stati nazionali) e multidimensionale (investe diversi ambiti: quello economico, quello politico, quello sociale, quello culturale, ecc.). Ciò ha portato alla dissoluzione di abitudini, tradizioni, simboli e vecchie narrazioni che creavano e mantenevano una coesione. Ma soprattutto (e qui sta la differenza con il passato) ne rende estremamente difficile la ricostruzione: per citare un espressione di Valerio Evangelisti: La crisi non è più ciclica, ma strutturale.
In questo contesto la comunicazione svolge un ruolo piuttosto ambiguo: se da un lato infatti è un fattore che alimenta questa condizione (sia la crisi stessa che la percezione di essa), dall’altro ogni tentativo di ricostruzione (di nuovi percorsi tra frammenti discontinui di senso) non può prescindere da essa.
Ritornando a Krisis, l’obiettivo è di individuare situazioni d’emergenza specifiche in cui si “respira aria di crisi”, e a partire da un’indagine su di queste, provare e testare nuove guide e nuovi modelli di orientamento in un contesto che sempre più tende a dis-orientare.

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A chi vi rivolgete?

Il progetto Krisis si rivolge certamente ad un lettore qualificato, al “designer delle forme”, inteso come colui che, in un modo o nell’altro, è coinvolto professionalmente nel mondo dell’arte, del design o della comunicazione. Altri progetti di Unità di Crisi hanno e avranno destinatari, utenti, interlocutori diversi.
Come abbiamo detto prima, Krisis è una rivista che parte da questioni legate alla comunicazione per porre domande e interrogativi (ma speriamo anche di proporre delle risposte!) su alcune tematiche critiche che investono altri ambiti. Da questo punto di vista è una rivista multidisciplinare. Sicuramente la comunicazione visiva occupa uno spazio privilegiato e quindi sono presenti molti articoli e lavori che possono risultare un po’ difficili per chi non è vicino a tali questioni.

Perché una rivista? In quale modo ritenete che questo formato, per quanto in modalità “non periodica”, possa essere più efficace di altri?

Beh, sicuramente subiamo il fascino della carta stampata! Anche se abbiamo da alcuni anni attraversato la rivoluzione digitale e diversi esperti predicano la fine dell’era di Gutenberg, siamo convinti che la fisicità della stampa garantisca un tipo di fruizione imparagonabile e un valore aggiunto rispetto a internet (che sicuramente dal canto suo offre prospettive impraticabili per la stampa). In special modo la rivista ha dalla sua una lunga tradizione “eversiva”: dalla Rivoluzione francese, passando per le avanguardie del primo Novecento, fino ad arrivare alle fanzine degli anni ’80, il modello della rivista ha rappresentato un dispositivo di comunicazione alternativo ai grandi monopoli, capace di instaurare una rete di distribuzione e di ricezione orizzontale e all’interno di questa la circolazione di idee, pensieri e informazioni.

Anche adesso, nonostante il proliferare di blog e social network, la piccola editoria indipendente e le riviste stanno riguadagnando terreno. Recentemente abbiamo partecipato ad un’esposizione a Ravenna (Fahrenheit 39, organizzata dall’associazione culturale Strativari) che raccoglieva riviste e piccoli prodotti dell’editoria indipendente italiana, per un totale di oltre cento progetti.

Il fatto poi che la nostra sia una pubblicazione  a carattere “non periodico” è da ricercare nella natura stessa della nostra ricerca. Sarebbe curioso costruire un progetto ben strutturato all’interno del quale si documenti la sostanziale impossibilità di costruire soluzioni definitive…Non possiamo che muoverci per singoli passi, il più possibile circoscritti.

Per il primo numero avete scelto il tema dell’identità, uno dei punti critici per chi si occupa di design della comunicazione. Come valutate nell’insieme le risposte che avete raccolto?

La rivista si conclude con una semplice riflessione: l’identità è sempre una domanda, e mai una risposta. In questo senso è difficile raccogliere un punto di vista definitivo o risolutore circa le questioni che abbiamo cercato di affrontare all’interno di Krisis | Identities. Tuttavia, ad emergere dai contributi dei vari autori, sembra essere una visione che rifiuti di risolvere la complessità del problema (sia esso relativo all’identità territoriale, a quella culturale o a quella linguistica) all’interno di un sistema statico e circoscrivibile. Quello dell’identità è un problema aperto, in continuo mutamento. Solo un’analisi che abbracci questo cambiamento, e che si esponga ad una continua rinegoziazione sarà in grado di fornire una chiara lettura del mondo che indaga.

Quale sarà il prossimo tema?

Il prossimo numero, che per inciso non ha ancora una data di pubblicazione, avrà a che fare con la crisi dell’orientamento. In particolare verranno presi in considerazione alcuni paradigmi orientativi “classici” (dalle narrazioni mitologiche ai sistemi di classificazione tassonomici) che oggi sembrano caduti in disuso e sostituiti da sistemi dinamici (come Google o la navigazione gps). Questi sistemi però non solo vengono presentati come strumenti neutrali al completo servizio del fruitore, ma tendono a costruire “realtà aumentate”, portando da una parte ad un incremento dei dati e delle informazioni, e dall’altra alla diminuzione dell’autonomia degli individui e della loro conoscenza derivata dall’esperienza. L’emergenza orientamento sarà declinata in alcuni argomenti tra cui la crisi della funzione orientativa delle narrazioni e dei miti, la crisi della rappresentazione spaziale tra urbanistica, cartografia e psicogeografia, la rappresentazione dei dati nell’infografica, il senso di disorientamento dovuto al bombardamento mediatico. Ovviamente ci si chiederà (e si tenterà di dare risposte) come costruire dei nuovi paradigmi di orientamento.

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