“Good design is good business”, la massima anni 50 di Thomas J. Watson, presidente dell’IBM, è stata a lungo considerata una buona definizione del valore del design. Gli ultimi anni ci stanno però dimostrando che non è più sufficiente: il design come disciplina orientata a dare forma alla produzione e promuoverne il consumo ha visto il suo campo d’azione eroso e messo in discussione.
Ripensamenti di questa visione del mestiere sono in atto da tempo: come designer della comunicazione (grafica, si sarebbe detto qualche tempo fa) penso che vada sviluppata la naturale propensione del design a svolgere una funzione di facilitazione dei processi sociali. In questa prospettiva, i “grafici” non sono tanto produttori di segni efficaci e memorabili (poster, copertine, logotipi) quanto mediatori in grado di aiutare le persone a rendere  comprensibili – e quindi accessibili a molti – e a far circolare idee, proposte, scenari futuri da valutare. Questi strumenti di comprensione condivisa (a cui pensava già Otto Neurath quando intorno al 1925 concepiva il suo linguaggio per immagini Isotype) sono sempre più importanti come ausilio alle decisioni, ed è cruciale che siano progettati con chiarezza e consapevolezza, andando ben oltre quella “infografica” puramente decorativa di cui i media sono tappezzati.
Sta a noi far comprendere al “resto del mondo”, di cui dopotutto facciamo parte, l’utilità e il vero valore di questo lavoro.

 

Testo pubblicato su La Stampa il 9 aprile 2013