Il design – come molte cose nella vita – consiste nel fare scelte. KM, 1990

Il lavoro di Karel Martens non è molto conosciuto al pubblico dei grafici italiani; se ricordo bene, nel nostro paese i suoi progetti sono apparsi più spesso su riviste di architettura – una disciplina con la quale si confronta spesso – che non su quelle di comunicazione visiva. Ma se nei libri di storia della grafica Wim Crouwel ha certamente più spazio, a Martens si deve un più forte accento sulla dimensione etica del progetto. Questo articolo vuole essere solo una rapida introduzione al suo lavoro, che è stato raccontato meglio e in modo più completo in Printed Matter, un libro pubblicato da Hyphen Press nel 2001.

È facile mettere in relazione Karel Martens con Hendrik Werkman e Willem Sandberg. Con questi due maestri della grafica olandese – pur diversi tra loro – egli condivide la passione per la sperimentazione materiale con la stampa e la carta e una posizione marginale rispetto alla professione, perché distante dalla grafica sistematica (quella del Total Design) e dalle grandi committenze. Nel suo caso, la marginalità è anche geografica, perché la sua vita personale e lavorativa si è sempre svolta lontano da Amsterdam.
La scelta di Martens è stata di rimanere autonomo e su piccola scala; ha sempre lavorato da solo, o al massimo con l’aiuto di una persona, mantenendo il controllo sull’intero processo di lavoro. Anche i clienti sono spesso stati piccoli, forse perché così è possibile mantenere una relazione diretta e costruttiva tra designer e committente.

Arnhem, la città dove ha studiato e lavorato a lungo, è conosciuta, anche grazie a lui, per una solida scuola tipografica. All’epoca dei suoi studi all’Accademia, però, la formazione era ancora di stampo prevalentemente artistico, con un blando indirizzo pubblicitario: non vi si insegnava tipografia né design del libro. È proprio questa invece la strada che Martens sceglie iniziando la libera professione, grazie all’incontro con l’editore Van Loghum Slaterus.
Fin da questo periodo – i primi anni sessanta – i suoi lavori mostrano un’adesione non rigida al modernismo; se nelle sue copertine si vedono spesso motivi geometrici astratti, ad essi però si affiancano anche caratteri umanistici, e le pagine che progetta non costringono il testo in una griglia rigida, ma ne rispettano la complessità lasciandolo dialogare con le immagini.

Del modernismo Martens apprezza il carattere utopistico che ne caratterizzava gli inizi, ma non condivide la trasformazione dei principi in dogmi formali, che finiscono per negare le differenze anziché sottolinearle. La ricerca di ordine non deve mai prevalere sul rapporto tra forma e contenuto: la prima deve emergere naturalmente dal secondo, senza cercare di renderlo perfetto o di nasconderne le lacune. Questo principio è il fulcro del suo lavoro: la volontà di rispettare il testo ha fatto sì che il progetto tipografico, nel quale la parola domina, sia diventato uno dei suoi territori prediletti.

In una recente conversazione con Robin Kinross (Dot Dot Dot n.14) Stuart Bailey propone una definizione di questa via al modernismo, “che è un’attitudine e non una forma, è fluido anziché solido”, e dei principi che la guidano “conquistati attraverso un’esperienza diretta e individuale, con il tempo e la pratica, e non ingoiati a forza”. Non si riferisce esplicitamente a Karel Martens ma, trattandosi di tre persone che si conoscono e si stimano, viene istintivo pensare che si tratti di idee condivise e che la definizione si adatti anche a lui.

Negli anni settanta Martens incontra un secondo editore, SUN (Socialistiese Uitgeverij Nijmegen), per il quale costruisce un’immagine editoriale coerente, in cui la tipografia è il filo conduttore e l’immagine nasce da un’accurata riflessione sui temi trattati da ogni libro. La scelta della composizione non giustificata del testo è un altro elemento inconsueto in territorio editoriale.

Gli anni ottanta, quelli in cui i dogmi modernisti vengono messi in discussione, sono il periodo in cui Martens si allontana dalla SUN e decide di dedicarsi maggiormente all’insegnamento e alla sperimentazione: prima con assemblaggi di carta e più avanti con monotipi fatti con oggetti trovati (rondelle, pezzi di meccano) su carta riciclata (spesso schede di archivio dello Stedelijk Museum).
Questi lavori, che Martens non ama definire artistici, ma chiama piuttosto “le mie ossessioni”, hanno sempre accompagnato il lavoro professionale, e con esso hanno condiviso l’amore per la materia, il colore, la stampa.
Lavori personali e commissionati hanno finito per avvicinarsi sempre più nel corso del tempo: le forme e i colori emersi dalle ricerche sperimentali sono confluiti nella tavolozza di strumenti usati nella progettazione, a definire sempre meglio quella che egli chiama la grafia di un designer, il modo individuale di rispondere alle domande poste da un progetto.
Anche la sperimentazione ha attinto agli strumenti professionali, e ora tra le esplorazioni di Martens appaiono opere realizzate al computer, mosaici di icone e segni complessi, una forma di Ascii art con un secondo livello più ricco che si rivela solo avvicinandosi al foglio stampato.

In anni recenti si è dedicato spesso al progetto grafico applicato agli edifici, e l’ha fatto in modi sempre diversi; dalla scritta intermittente che sul tetto del Nederlands Dans Theater usa le poche lettere a disposizione per comporre messaggi variabili, alla partitura musicale trascritta sulla facciata di un auditorium. Spesso l’edificio stesso e i suoi materiali dettano la griglia di composizione di un testo: in un caso i pannelli di cui è rivestito l’edificio di una stamperia, in un altro il muro di cinta di un ospedale, sul quale una scritta è stata tracciata occupando lo spazio tra un mattone e l’altro.

Martens ama progettare tenendo conto di ciò che è disponibile: i limiti sono per lui uno stimolo. Dimostra una certa ritrosia a usare i caratteri nati nell’era digitale – li trova troppo perfetti, troppo completi – e si trova più a suo agio usando tipi con più irregolarità e meno scelta di pesi e di stili. Oase, la rivista monografica di architettura di cui si occupa dal 1990, è la sintesi del suo lavoro tipografico recente. Formato compatto, due lingue, massimo uso dello spazio, solo due colori di stampa: all’interno di questi confini tecnici, e soprattutto a partire dal tema scelto per ogni numero, è stato sviluppato nel tempo un progetto coerente ma mutevole, discreto ma credibile.

Rispetto, autenticità e onestà sono tre parole che Karel Martens ricorda spesso come suoi principi ispiratori: valgono per il design, e per molte altre cose nella vita.

Articolo pubblicato su Progetto Grafico 11, 2007.