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La casa del pittore Paulus Potter si affaccia su un canale ai margini del centro storico dell’Aia. I turisti di mezza età, approfittando delle ampie finestre senza tende di tradizione olandese, spesso si fermano a guardare all’interno. Si intravedono vecchie tappezzerie, boiseries, lampadari imponenti; ma anche, spingendo lo sguardo più in fondo, monitor, computer, cavi, hard disk.
Lust ha la sua sede qui. Forse stupisce immaginare uno degli studi olandesi più calati nella contemporaneità e nella tecnologia muoversi in questo contesto, ma non c ’è niente di contraddittorio. La loro visione attinge anche al passato di quelli che chiamiamo i nuovi media, e in quelli “vecchi ”, la stampa in primis, amano il lavoro sul campo, accanto allo stampatore. Nel corso degli anni, Lust non è cambiato molto; per una scelta precisa, ai tre soci si affiancano un massimo di due collaboratori interni. In questo modo si rinuncia forse ai progetti più grandi, ma si può continuare a progettare in prima persona, senza trasformarsi in manager della comunicazione.
È il 30 marzo; Thomas Castro, Dimitri Nieuwenhuizen e Jeroen Barendse accolgono amici e colleghi venuti a festeggiare i dieci anni di attività del loro studio. Per questa occasione Lust ha organizzato una mostra e una serie di incontri, intitolata Info Aesthetics, alla quale hanno partecipato altri designer che condividono lo stesso orizzonte di interessi.
La mostra alla galleria <Tag> dell’Aia in realtà è una piccola installazione interattiva, un tavolo-schermo che permette di accedere all’archivio dei lavori dello studio con diverse modalità. L’interazione non è scontata, e prevede che l’utente prenda da uno scaffale adiacente delle scatole numerate che sono in grado di attivare nell’installazione i contenuti dei diversi progetti. Una volta collocata una o più scatole ai margini del tavolo, i loro contenuti virtuali (testi, immagini, video) possono essere sparsi sul piano come un mazzo di carte, trascinati per un angolo, ingranditi a tutto schermo e fatti scorrere come su un nastro. Oppure, attivando un menu secondario, si possono vedere tutte le informazioni nascoste dietro al progetto. Più che i lavori (il loro aspetto, la collocazione geografica, le parole chiave che li identificano) qui è in mostra un modo di mostrare.

Un paio di mesi dopo, il 17 maggio, Dimitri Nieuwenhuizen è a Milano per una conferenza alla Scuola Politecnica di Design, e riparte dalle stesse parole chiave per raccontare un approccio al design più che una collezione di progetti.
Il punto di partenza è sempre l’informazione: ogni informazione è degna di nota, e non deve esserci una gerarchia precostituita, perché ogni utente possa trovare il proprio percorso tra le informazioni e i dati. Nell’attuale iperdensità di informazioni, più che raggiungere una singola notizia o dato, ci è utile vedere come tutti i dati e le notizie possono essere messi in relazione tra loro. A Lust interessa proprio l’immagine complessiva, e i modi in cui essa può essere ottenuta e fruita.
Archiviare diventa quindi essenziale. Nieuwenhuizen cita il Mundaneum, il tentativo di Paul Otlet e Henri La Fontaine, due avvocati belgi, di raccogliere e classificare tutte le informazioni del mondo; nel 1910 Otlet usava già parole come rete di conoscenza e collegamenti, e può essere visto come il primo architetto delle informazioni.
Il designer interviene nel percorso di accesso alle informazioni, e nel metodo di Lust entra in gioco anche l’elemento della casualità: si può entrare in questo mare da un qualsiasi punto e navigarlo secondo percorsi liberi, ignorando le gerarchie prestabilite tra i contenuti. L’ossessione per la classificazione li ha portati, nel progetto del libro Margeting, a indicizzare qualsiasi parola, compresi articoli e congiunzioni, trasformandola in un potenziale punto di accesso al testo.
Il problema dell’accesso si è posto anche nel progetto realizzato per il Museo Boijmans va Beuningen di Rotterdam. Il museo li ha chiamati nel 2001 per realizzare il Digital Depot, uno spazio inteso a dare una forma di visibilità alla vastissima collezione, 117.000 opere d’arte, delle quali solo una piccola parte è in esposizione. All’interno di questo spazio Lust ha realizzato due aree. La prima è il Digital Wall, una doppia parete costruita per ospitare a rotazione opere che non fanno parte dell’esposizione permanente. Di fronte alla parete sono stati collocati alcuni schermi trasparenti che fanno da interfaccia con gli oggetti esposti: il visitatore li può usare per scegliere un oggetto da mettere in evidenza – attivando l’illuminazione diretta – e per ottenere su di esso una serie di informazioni. Mano a mano che l’attenzione si sposta dall’oggetto alle informazioni che si accumulano sullo schermo, si riduce anche la trasparenza di quest’ultimo. Tramite lo schermo si possono anche muovere modelli tridimensionali degli oggetti.
Accanto al Digital Wall si trova la Data Cloud (attualmente non attiva), uno schermo a tutta parete che visualizza la collezione in uno spazio tridimensionale sotto forma di galassia, in cui ogni punto luminoso corrisponde a un’opera; una postazione di controllo permette al visitatore di navigare per la galassia scegliendo diversi filtri, per esempio la datazione, la data di acquisizione o le dimensioni, per ridurre il numero di elementi visualizzati a quelli che ricadono nel proprio campo di interesse. Cliccando su uno dei punti luminosi, si può vedere l’opera selezionata con le relative informazioni in dettaglio.
La Data Cloud evidenzia un’altra costante dei progetti di Lust, ovvero l’esplorazione dello spazio, e la relazione tra spazio reale e virtuale, tra lo spazio e la sua rappresentazione. Il sito per l’edizione 2005 del festival Todaysart, per esempio, viene fruito tramite un movimento nello spazio virtuale: uno zoom in profondità in quella che sembra solo una mappa dei luoghi del festival rivela sempre nuovi elementi, fino a che l’ingrandimento massimo porta prima a uno svuotamento totale dello spazio, e poi al riapparire in lontananza dell’immagine di partenza.
Lo stesso ciclo senza fine era apparso anni prima nella Lust Bible, un libro-esperimento che tramite le fotocopie successive ingrandite di un rettangolo nero rivela un mondo fatto di frammenti neri e bianchi che si diradano fino al vuoto – per poi ripopolarlo di  nuovo. La Lust Bible è visibile in un video sul sito di Lust.

Lo spazio viene analizzato e rappresentato anche tramite le mappe, un’altra delle passioni di Lust. Quella fatta nel 2001 per valorizzare l’area di Hoek van Holland, vicino a Rotterdam, non si limita a rappresentare su un piano il territorio, ma trasferisce su di esso alcuni elementi grafici della mappa. L’area è rappresentata in quattro scale diverse, che la mettono in relazione con i Paesi Bassi, l’Europa, il mondo intero. Sul retro, le informazioni sui flussi delle maree sono date in colore di intensità variabile.
La mappa del Mare del Nord sovrappone al mare 21 livelli tematici: dall’andamento dei venti e delle correnti alla localizzazione dei naufragi e degli oleodotti, delle tracce umane e degli eventi naturali. Nella versione on line questi livelli possono essere attivati separatamente o insieme, e il loro modo di interagire può rivelare inaspettate connessioni tra informazioni ed eventi di diversa natura.
Quella che si compone ogni giorno nel World/Spectrum/Archive, commissionato dal quotidiano De Volkskrant, è una mappa inusuale, costruita dalle notizie che su Google News vengono associate a ogni paese del mondo. Tramite un’analisi delle parole ricorrenti, le notizie sono classificate automaticamente su una scala cromatica che va dal negativo al positivo, e già a un primo sguardo possiamo intuire lo stato del mondo in una data giornata.

Todaysart è forse l’evento in cui la multidisciplinarietà di Lust si è potuta dispiegare al massimo: dal progetto del sistema di identità – un “virus” blu modulare fatto per spargersi nella città dell’Aia – al sito web, alla creazione di una serie di installazioni interattive ogni anno diverse applicate all’architettura e allo spazio urbano. L’ultima di queste ha trasformato la facciata del palazzo Volharding, un edificio funzionalista degli anni venti, in uno schermo per proiezioni che potevano essere modificate dai passanti tramite un display trasparente.
Non è raro trovare una componente ludica e spettacolare nei lavori di questo trio, che ama interagire con dj, vj e programmatori per creare forme di intrattenimento visivo. All’altro estremo del loro campo di azione però si trovano progetti tipografici solidi e strutturati, nei quali si rivede l’influenza del loro maestro Karel Martens, e rappresentazioni intelligenti e critiche della complessità. Con uno spirito molto olandese, le apparenti contraddizioni convivono tranquillamente; è questo forse che piace ai turisti che guardano dalla finestra.

Pubblicato su Progetto grafico 12/13, ottobre 2008.