Recensione di Drip-dry shirts: the evolution of the graphic designer, di Lucienne Roberts, pubblicata sul n. 10 di Progetto Grafico. 2007.

Il nostro mestiere non è sempre facile da raccontare. Soprattutto non lo è la sua storia: lo testimonia lo scarso numero di libri che hanno questa ambizione, e la loro riuscita spesso solo parziale.
Quella della grafica è una storia in scala ridotta, di breve durata e legata ad artefatti effimeri, che molto spesso sono arrivati fino a noi sotto forma di riproduzioni di quarta mano dentro ai libri, a sostenere la fama dei loro autori. Raccontarla dovrebbe voler dire raccontare anche come sono stati progettati questi artefatti, con quali strumenti e con quali conoscenze, come sono stati stampati, come sono stati visti dal pubblico: tutte informazioni che spesso mancano, perché non sempre accessibili, o perché a volte considerate irrilevanti rispetto alla forza delle immagini.

Non pensavo che avrei fatto il designer.
Wim Crouwel, pag. 54

Facendo questo mestiere, può succedere che nella storia della grafica si senta la necessità di trovare altro che immagini memorabili: i metodi e i motivi che stanno dietro a un progetto, per esempio, o anche i fallimenti, i compromessi e le difficoltà, come suggeriva qualche anno fa Robin Kinross. 1
C’è un’esigenza simile a questa all’origine del libro di Lucienne Roberts, grafica londinese e autrice di diversi testi, che ammette, alla fine dell’introduzione, di essersi sentita “come a un punto morto, ultimamente”. Così, anche per trovare risposte e motivazioni per suo lavoro, ha iniziato a scrivere Drip-dry shirts.
Le camicie che non si stirano sono l’oggetto scelto da Roberts per rappresentare entusiasmi, invenzioni e qualche ingenuità di un’epoca, quella dal secondo dopoguerra agli anni sessanta. Il periodo non è quindi quello della nascita della comunicazione di massa, né quello eroico delle avanguardie, ma il momento durante il quale ai tipografi (in senso anglosassone) e agli artisti commerciali subentra un’altra figura, quella del graphic designer.

Herbert Spencer si sarebbe definito un tipografo, Abram Games un artista: l’idea della progettazione grafica stava appena prendendo forma. Retrospettivamente, penso che fossimo tra le persone che ne hanno fatto ciò che è ora […] i primi a considerarci designer e non artisti.
Colin Forbes, pag. 119

In questa fase di costruzione e di ricostruzione, le figure che emergono definiscono gradualmente la professione, partendo da una formazione genericamente artistica e imparando sul campo, scoprendo un po’ per volta le possibilità che si aprono davanti a loro.

Non penso che fossimo pionieri, ma stavamo costruendo l’idea del graphic design come professione. […] Avevamo la sensazione di essere una generazione importante.
Ken Garland, pag. 83.

Di quel momento Lucienne Roberts fa un racconto in sordina, senza enfasi. Il suo libro è dedicato ad alcuni aspetti del mestiere e ad alcune persone che l’hanno segnato; racconta con semplicità e schiettezza, dichiarando i propri propositi fin dall’inizio, insieme ai dubbi, senza la pretesa di raccontare la Storia ma concentrandosi su una serie di storie.
Un design nitido, strutturato in modo quasi didattico, ci fa strada tra le varie sezioni, nelle quali l’ordine regna sovrano.
L’introduzione è seguita da alcune pagine, chiamate “dimension pieces”, pensate per descrivere in brevi accenni il contesto storico e professionale, raccontato dal punto di vista di una figlia del modernismo. Qui si trovano i limiti del libro, perché l’estrema sintesi di questa parte porta a qualche semplificazione.
Il cuore sono le nove “discussion pieces”, organizzate sotto forma di interviste ad altrettanti maestri, ognuno dei quali ha segnalato un allievo (in senso letterale o spirituale) che è stato intervistato in parallelo.
Tra i maestri, nomi di grandissima fama – Wim Crouwel, Milton Glaser, Karl Gerstner, Ivan Chermayeff, Colin Forbes – sono affiancati da altri meno conosciuti: Margaret Calvert, Ken Garland, Rosemarie Tissi, Geoff White. Roberts ha voluto mostrare una varietà di punti di vista: designer indipendenti e impegnati nel sociale insieme a chi ha sempre lavorato con le grandi aziende, fautori del rigore e della griglia accanto a figure al limite tra design e arte, titolari di grandi agenzie e nomadi disposti ad abbandonare per mesi il lavoro pur di viaggiare. L’elemento che li accomuna è il loro essere maestri, sia attraverso l’insegnamento, sia tramite un’influenza indiretta: la trasmissione del sapere professionale da una generazione all’altra è uno dei temi ricorrenti in tutte le interviste.

Non ho mai pensato di essere importante. Onestamente no. Se lo avessi pensato non mi sarei divertita, non avrei apprezzato il rapporto con gli studenti.
Margaret Calvert, pag. 161

Tra i più giovani, a parte il team olandese Experimental Jetset, ormai diventati celebrità underground, non vi sarà facile trovare nomi che avete già sentito. Non è il caso di dispiacervene: il loro compito qui è quello di dare nove punti di vista sulla professione come è oggi, raccontare come hanno imparato e come a loro volta insegnano, e il loro rapporto con i rispettivi mentori.

La Storia fa parte del qui e ora. Quando parliamo con Wim Crouwel e lui ci dice di quando da giovane ha visitato Piet Zwart, colleghiamo tre, quasi quattro generazioni in una conversazione. Ma non sembra affatto storia. Sembra molto vicino.
Experimental Jetset, pag. 57.

In tutte le interviste Roberts si mette in secondo piano, riducendo le domande a poche parole sotto forma di appunto a margine delle risposte. Facendole scorrere rapidamente, si ha un rapido riassunto dei temi che le sono cari: gli inizi della professione, coerenza e compromessi, design e arte, insegnare e imparare, ambizione e competitività, le difficoltà economiche, il rapporto con il cliente, l’importanza sociale della grafica.

Di per sé, il graphic design non è importante, ma è diventato la mia vita. È un modo di essere, di scoprire chi sei e di acquistare fiducia in te stesso.
Margaret Calvert, pag. 161

Carriere che ora ci sembrano perfettamente riuscite ci vengono descritte nelle difficoltà e incertezze iniziali. Anche il caso ha la sua parte: dall’incontro casuale di Margaret Calvert con il suo ex insegnante Jock Kinneir, alla stazione di Ealing Broadway, è nata la loro collaborazione e in seguito anche il progetto del sistema di segnaletica stradale inglese.
Si apprezza la schiettezza e la semplicità con cui la maggior parte degli intervistati risponde: è possibile immaginarseli esordienti, alle prese con la ricerca di nuovi clienti o con l’affitto di uno spazio di lavoro, un’immagine inconsueta ma forse più veritiera di quella che ci siamo fatti di loro.

Il risultato a volte può suonare un po’ malinconico: difficile mettere a confronto i due momenti, senza che quello attuale ne risulti in qualche modo sminuito. Non è tanto un’epoca d’oro, quella di Drip-dry shirts, quanto un momento nel quale era possibile lavorare concretamente senza troppi retropensieri su ciò che già era stato fatto. Più difficile è ritrovare ora quella stessa ingenuità: le opportunità che abbiamo sono di altra natura, ed è inevitabile fermarci a riflettere riguardo al nostro mestiere, che ci fa spesso rimasticare cose che crediamo di conoscere già bene.
Conviene però guardare oltre e mettere da parte questo strano retrogusto. L’intento di Drip-dry shirts è un altro: mostrare che la grafica continua quotidianamente ad avere valore e significato in virtù dei contenuti che trasmette. E in questo riesce piuttosto bene.

È un privilegio venire a lavorare ogni giorno e sentire che c’è la possibilità di imparare qualcosa di nuovo, è una delle cose belle, davvero belle di questo lavoro.
Milton Glaser, pag. 77.

Lucienne Roberts
Drip-dry shirts: the evolution of the graphic designer
AVA Publishing,
192 pagg, £ 24,50.

1. Robin Kinross, The uses of failure. Pubblicato sul numero 2 di Dot Dot Dot