The transformer

Isotype – il contributo dato da Otto Neurath e dal suo gruppo di lavoro allo sviluppo della comunicazione visiva – è oggetto di un interesse diffuso, in particolare negli ultimi anni.
La conoscenza di questo metodo da parte di più si ferma spesso a uno solo dei suoi aspetti centrali: quello della creazione di un linguaggio “universale” per immagini. L’importanza di Isotype sta però anche in un altro aspetto, finalmente messo nella giusta evidenza da una recente pubblicazione di Hyphen Press: The transformer. Principles of making Isotype charts, di Marie Neurath e Robin Kinross.

Termini come “trasformatore” e “trasformazione” possono risultare oscuri, ma indicano invece una delle innovazioni cruciali portate da Otto Neurath. La trasformazione, nelle parole di Robin Kinross, è “il processo di analizzare, selezionare, ordinare e poi dare forma visiva a informazioni, dati, idee, implicazioni”.
Esso precede quindi la realizzazione di una visualizzazione grafica: è l’indispensabile fase in cui si ricerca la  migliore organizzazione visiva degli elementi per permettere la lettura più chiara, non solo dei dati “puri” ma anche dei significati ulteriori che ne possono emergere.
Si può dire quindi che la trasformazione è la ricerca di una configurazione semantica, un’attività che attiene al design della comunicazione in generale, e non solo al campo della visualizzazione di dati.

The transformer raccoglie contributi di diversa natura. Il primo (Wiener Methode and  Isotype: my apprenticeship and partnership with Otto Neurath) è un resoconto storico inedito scritto da Marie Neurath nel 1980, pochi anni prima della morte.
Marie Neurath, nata Reidemeister, entrò molto giovane a far parte del gruppo di lavoro al Gesellschafts- und Wirtschaftsmuseum di Vienna, e ne divenne il principale trasformatore. Con sintesi ed efficacia, in questo testo racconta gli anni di lavoro accanto ad Otto Neurath, e quelli successivi alla morte di lui, avvenuta nel 1945. La narrazione, tra brevi e necessari accenni alle circostanze storiche ed esempi concreti di lavoro quotidiano, parte dalla Vienna del 1925 per concludersi nell’Inghilterra dei primi anni ’70, e descrive l’evoluzione di un progetto, di un metodo, di un gruppo di lavoro. Le mostre divulgative su commissione del Comune di Vienna, le prime pubblicazioni, i progetti realizzati nei Paesi Bassi e in collaborazione con editori americani: ognuno di questi offre a Marie Neurath l’opportunità di spiegare come il Metodo viennese ha preso forma nel corso del tempo, dal confronto con nuovi argomenti, nuove necessità, nuove tecniche, per esempio il film. A testimonianza di questa visione aperta del metodo, basti il fatto che International Picture Language, il primo libro in cui Otto Neurath presenta il metodo e il nome Isotype, viene pubblicato nel 1936, dopo più di dieci anni di lavoro.

La seconda parte,  The work of the transformer, è un testo di Robin Kinross accompagnato da commenti di Marie Neurath. Dall’analisi di una serie di tavole, e in particolare dal confronto di versioni successive di tavole sullo stesso tema, i principi del metodo viennese vengono fatti emergere. Si parla di principi e non di norme, appunto, perché molti di essi non furono formulati da Otto Neurath  sotto forma di regole, ma furono il frutto di una pratica sviluppata nel corso di anni, grazie allo spirito critico di Neurath stesso, che invitava ogni volta i suoi collaboratori a trovare nuove configurazioni a partire dalla natura dei dati a disposizione.

A conclusione del libro troviamo un saggio di Kinross, Lessons of Isotype. Kinross deve la sua profonda conoscenza di Isotype agli anni di studio all’Università di Reading, dove ha avuto accesso ai documenti della Isotype Collection e ha conosciuto Marie Neurath, che grazie a Michael Twyman visitava regolarmente il Dipartimento di Tipografia per tenere seminari sul metodo viennese.
In questo testo, Kinross vuole spostare lo sguardo su Isotype, mettendolo in relazione non tanto con precedenti esempi di visualizzazione di dati, ma soprattutto con approcci affini al design, esemplificati da alcuni autori e progetti chiave: Harry Beck e la mappa della London Underground, Jan Tschichold, Max Bill, Anthony Froshaugh, Jock Kinneir e Margaret Calvert e il sistema di segnali stradali del Regno Unito. Il filo conduttore non è quindi il campo di applicazione ma l’approccio (“the Isotype way of thinking”), nel quale Kinross vede la vera lezione di Isotype: un’esperienza troppo legata a un gruppo di persone e a una serie di circostanze storiche perché abbia senso cercare di resuscitarla o continuarla, ma tanto ricca di elementi fondativi della nostra disciplina da essere irrinunciabile.
Con questa conclusione Kinross ribadisce – indirettamente – quello che a mio parere è il vero ruolo della storia del design, che trova un senso quando non si limita a mettere in fila eventi ed artefatti, ma si occupa dei contesti, delle idee e delle ragioni che a quegli artefatti sottostanno.

Tutto questo fa di  The transformer un libro molto importante per i designer della comunicazione: accessibile, lucido, onesto, ben documentato, aperto a nuove prospettive. Perciò i lettori possono perdonargli senza troppo rammarico il formato tascabile, che sacrifica un po’ la dimensione delle immagini ma consente un prezzo accessibile a molti.

Marie Neurath e Robin Kinross
The transformer. Principles of making Isotype charts
Hyphen Press, Londra, 2009

(Recensione pubblicata sul numero 18 di Progetto grafico)